Sabato 8 e domenica 9 aprile si tiene la sesta edizione del Festival emiliano-romagnolo del commercio equo e dell’economia solidale. A Palazzo Re Enzo 50 espositori declineranno per il pubblico l’idea di una moda etica e sostenibile, e perché deve diventare di moda “fare un’altra economia”.

“Mettiamo insieme commercio equo e solidale ed economie solidali, con l’obiettivo di mostrarne il terreno comune, e lo facciamo nello spazio più prestigioso di Bologna, nel Palazzo Re En17352264_584074405049921_5831493678113097119_nzo: vogliamo poter coinvolgere le persone che passano per strada, chi ancora non ci conosce, e anche se ‘Terra Equa’ è anche una manifestazione commerciale, a noi non servono gli spazi ampi della Fiera di Bologna, che ci avevano offerto”. Giorgio Dal Fiume è da sei anni il coordinatore di Terra Equa, il festival del commercio equo e dell’economia solidale dell’Emilia-Romagna, un evento progettato e realizzato dalle 14 organizzazioni locali che si occupano di fair trade, con il contributo della Regione e del Comune di Bologna. L’appuntamento è per sabato 8 e domenica 9 aprile.
Dopo aver realizzato quattro edizioni generaliste (dal 2012 al 2015), per il secondo anno consecutivo Terra Equa ha un tema. E se lo scorso anno la scelta “monografica” (come la descrive Dal Fiume) era dedicata al cibo e alle filiere alimentari, nel 2017 il filo rosso della mostra è il tessile: “Ri-vestiti”. È questo, infatti, uno dei settori in cui sono più acuti i problemi per i produttori, legati alle dinamiche del commercio internazionale, ed è un prodotto di “massa”, che coinvolgendo potenzialmente quasi 7 miliardi di consumatori.

50 espositori, 26 laboratori, 4 sfilate, cinema, parole, musica e cibo per la sesta edizione del Festival del commercio equo e dell’economia solidale dell’Emilia-Romagna, a Bologna sabato 8 e domenica 9 aprile

“Ri-vestiti” diventa -sui manifesti- “la moda di fare un’altra economia”, e declina questa missione a partire da quattro concetti chiave: la qualità del prodotto, che non deve mai essere dissociata dalla dignità delle persone; la sostenibilità per chi indossa un abito, che non può prescindere dalla sostenibilità della vita di chi lo ha prodotto; la naturalità delle materie prime, cui si deve poter accompagnare la bellezza di quello che indossiamo; la responsabilità che abbiamo come consumatori (che votano ogni volta che comprano un vestito), che è strettamente correlata a quella che abbiamo come cittadini verso il Pianeta.

tratto da : Altraeconomia